STORIA DELLA FOTOGRAFIA — SPAZIO
Quando si pensa alle immagini più famose della storia, prima o poi arriva sempre lei: l’impronta di uno stivale sulla polvere lunare, l’astronauta che saluta davanti a una bandiera, la Terra che sorge come una biglia blu sull’orizzonte grigio della Luna. Dietro quegli scatti, quasi sempre, c’era una Hasselblad. E la storia di come una fotocamera svedese, nata per i fotografi professionisti sulla Terra, sia finita a documentare il primo passo dell’uomo fuori dal proprio pianeta, è una di quelle vicende che mescolano tecnica, fortuna e un pizzico di passione personale.
Tutto comincia, curiosamente, non per una scelta della NASA ma per l’iniziativa di un astronauta. Nel 1962, durante il programma Mercury, il capitano Walter “Wally” Schirra, appassionato di fotografia, possedeva già una Hasselblad 500C personale. Insoddisfatto dei risultati ottenuti con le fotocamere fornite dall’agenzia spaziale, la portò letteralmente da casa e la propose ai tecnici NASA. Fu l’inizio di una collaborazione che sarebbe durata oltre un decennio.
Una dieta drastica per andare nello spazio. Le Hasselblad acquistate da NASA vennero sottoposte a un vero e proprio dimagrimento: via il rivestimento in pelle, lo specchio reflex, il mirino, l’otturatore ausiliario. Ogni grammo contava. Al loro posto, un nuovo magazine per la pellicola capace di contenere fino a 70 scatti invece dei consueti 12. Le fotocamere destinate alla superficie lunare vennero inoltre verniciate d’argento, per riflettere il calore intenso del Sole e proteggere la meccanica interna dagli sbalzi termici dello spazio.
Curiosità che in pochi conoscono: gli astronauti non guardavano mai dentro un mirino. Le fotocamere lunari, prive di sistema di puntamento tradizionale, venivano agganciate al petto della tuta spaziale. Gli astronauti imparavano a inquadrare “a sentimento”, allenandosi per mesi sulla Terra a stimare angolo e distanza senza poter controllare nulla in tempo reale. Solo al rientro sulla Terra si scopriva se gli scatti erano riusciti.
Il 20 luglio 1969, durante la missione Apollo 11, la fotocamera scelta per immortalare il primo passo sulla Luna fu una Hasselblad Data Camera (HDC) argentata, equipaggiata con un obiettivo Zeiss Biogon 60mm f/5.6 e un magazine con pellicola Kodak a base sottile, appositamente sviluppata per ridurre peso e ingombro. All’interno della fotocamera era montata una lastra Réseau, che imprimeva otticamente una griglia di crocette sui fotogrammi: serviva a calcolare con precisione scientifica le distanze tra gli oggetti fotografati sulla superficie lunare.
A bordo del modulo lunare Eagle c’era anche una seconda fotocamera, una Hasselblad Electric Camera (HEC) nera con obiettivo Zeiss Planar 80mm f/2.8, usata per gli scatti dall’interno. Una terza, sempre una HEC nera, restava in orbita lunare nelle mani dell’astronauta Michael Collins,
a bordo del modulo di comando Columbia. Fu proprio quest’ultima l’unica delle tre a fare ritorno sulla Terra.
Perché le altre due rimasero sulla Luna? La risposta è semplice quanto sorprendente: il peso. Il modulo di risalita aveva margini di carico strettissimi per il viaggio di ritorno, e ogni chilogrammo superfluo metteva a rischio la manovra. Gli astronauti rimossero i magazine con la pellicola — quello sì prezioso, da riportare a casa — e abbandonarono i corpi macchina e gli obiettivi sulla superficie lunare. Da Apollo 11 ad Apollo 17, in totale dodici corpi Hasselblad sono rimasti sulla Luna, dove si trovano ancora oggi, immobili tra la polvere, in quella che è probabilmente la mostra fotografica più isolata dell’universo conosciuto.
Nel corso delle missioni Apollo, gli astronauti scattarono complessivamente quasi 20.000 fotografie con i corpi Hasselblad e i magazine da pellicola 70mm: viste della Terra, panorami lunari, immagini stereoscopiche dei siti di allunaggio, fenomeni astronomici, persino fotografie nello spettro ultravioletto. Un archivio scientifico e visivo che, dopo oltre cinquant’anni, resta insuperato.
Un’ultima curiosità, da veri collezionisti: si ritiene che solo una Hasselblad sia mai tornata sulla Terra dopo aver toccato il suolo lunare, quella utilizzata dall’astronauta James Irwin durante la missione Apollo 15 nel 1971. Quella fotocamera fu battuta all’asta nel 2014 dalla galleria viennese WestLicht per 660.000 euro, aggiudicata a un collezionista giapponese. Un prezzo che racconta, meglio di ogni altra cosa, il fascino senza tempo di un oggetto che ha visto la Luna da vicino.
Oggi, a distanza di oltre mezzo secolo, le immagini scattate con quelle fotocamere argentate restano tra le più riprodotte della storia umana. Non semplici documenti tecnici, ma la prova fotografica che l’umanità è davvero riuscita, almeno una volta, ad andare oltre il proprio orizzonte.
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Maurizio Natali

Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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