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FRANCO VACCARI – Il collezionista di fototessere

di Paolo Ranzani

Franco Vaccari amava dire che la fotografia mette tutti davanti a uno specchio: non sempre lusinghiero, spesso imprevedibile, quasi mai inutile. La sua carriera è stata costruita proprio su questo gioco di riflessi: autore, spettatore, macchina, spazio espositivo.

Classe 1936, nato a Modena, Vaccari ha attraversato più di mezzo secolo di sperimentazioni rifiutando costantemente l’idea dell’immagine come prodotto compiuto. Per lui la fotografia era un processo, un’occasione, un invito a partecipare.

Dopo una formazione accademica nutrita di letteratura, psicoanalisi e strutturalismo, entra in scena negli anni Sessanta, quando i confini tra linguaggi artistici cominciano a sciogliersi. Vaccari capisce immediatamente che l’autorialità classica non gli appartiene: non vuole essere il maestro che compone, illumina e firma, preferisce diventare il regista di situazioni aperte. Non stupisce, quindi, che si avvicini presto al concettuale e all’idea di un’arte come dispositivo di esperienza. Da giovane collabora con riviste, scrive saggi, pubblica libri teorici: è un intellettuale che smonta e ricompone lo statuto dell’immagine.

Il grande pubblico arriva a conoscerlo nel 1972, quando porta alla Biennale di Venezia quella che diventerà la sua opera più famosa: Esposizione in tempo reale n. 4. Vaccari installa una cabina per fototessere e invita i visitatori a scattarsi una foto e appenderla al muro. Nessuna selezione, nessuna estetica dominante, nessun controllo. È la folla a produrre l’opera. Un disastro per chi ama l’ordine, un’esperienza liberatoria per chi accetta l’imprevisto. In quelle centinaia di facce anonime c’è l’azzeramento del ruolo dell’artista e la nascita di una fotografia collettiva. Vaccari lo definisce un atto democratico, qualcuno lo definisce provocazione; in ogni caso, è storia.

L’Esposizione in tempo reale non è un episodio isolato: tornerà più volte sotto forma di cabine, automatismi, autoritratti guidati dal caso. Vaccari smonta la mistica della “bella fotografia” perché non gli interessa mostrare la realtà levigata; preferisce far emergere ciò che accade quando nessuno controlla davvero. L’imperfezione diventa linguaggio, l’errore diventa estetica. E se certe sue proposte sembrano leggere, dietro c’è sempre una postura filosofica: nulla rappresentiamo meglio di noi stessi quando pensiamo che nessuno ci stia guardando.

Parallelamente, porta avanti un intenso lavoro teorico: dal rapporto tra fotografia e inconscio al tema dell’automazione, dal concetto di traccia alla dissoluzione dell’autore. I suoi libri, oggi letti come piccoli classici della cultura fotografica, hanno formato generazioni di studenti. Vaccari insegnava, ma non “spiegava”: piuttosto sollecitava dubbi, domande, verifiche. Chiunque l’abbia incontrato ricorda una conversazione brillante, un’ironia asciutta, una diffidenza bonaria verso le certezze troppo solide.

Negli anni Ottanta e Novanta prosegue con mostre, installazioni, progetti editoriali, fino a essere riconosciuto come uno degli artisti italiani più importanti del dopoguerra. La sua opera entra nei musei, ma lui resta fedele a un’idea semplice: la fotografia non è il risultato, ma la situazione. Non serve offrirgli un premio per incorniciarlo: Vaccari lo accetterebbe volentieri, ma ricordando che la cornice migliore è quella mentale.

La sua recente scomparsa lascia un vuoto concreto: mancherà la sua capacità di sdrammatizzare l’arte senza mai banalizzarla, mancherà quel modo tutto emiliano di stare al mondo, tra pragmatismo e leggerezza. Ma ciò che resta non è solo un archivio di opere: resta un metodo, un incoraggiamento. Vaccari ci invita ancora a premere un pulsante, guardarci, lasciar andare il controllo. Fare fotografia senza prenderci troppo sul serio, ma senza smettere di pensare.

In fondo, il suo messaggio non cambia: l’immagine siamo noi, soprattutto quando non siamo pronti.

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