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Franco Fontana, il colore come gioia: un ricordo personale

di Paolo Ranzani

Franco Fontana se n’è andato il 29 agosto, nella sua Modena, a 92 anni. Ho letto la notizia, mi sono rattristato e poi ho sorriso. Perché è impossibile pensare a Franco Fontana e restare seri: era uno di quegli uomini che entravano in una stanza e la riempivano di energia, di battute, di quella voglia di vivere che si vedeva anche a distanza di anni negli occhi, oltre che nelle fotografie. Chi ha avuto la fortuna di parlarci, anche solo per pochi minuti, se lo ricorda.

Io l’ho conosciuto, abbiamo parlato di fotografia e di vita, e quello che mi porto dietro non è tanto l’uomo-leggenda della fotografia italiana, quanto la sua simpatia disarmante, la voglia di raccontare aneddoti e barzellette, di ridere della vita con la leggerezza di chi ha capito, prima di tutti gli altri, che anche l’arte più seria si può prendere con gioia.

Franco Fontana - Deconstruction - San Felice sul Panaro 2013 - © Paolo Ranzani -

Un autodidatta che ha rotto le regole

Franco Fontana nasce a Cognento, alla periferia di Modena, il 9 dicembre 1933. Non ha una formazione accademica: si avvicina alla fotografia da autodidatta, nei primi anni Sessanta, in un’epoca in cui il bianco e nero era ancora considerato l’unico linguaggio serio della fotografia d’autore, e il colore veniva relegato all’uso amatoriale o pubblicitario. Fontana ribalta questa gerarchia con una naturalezza disarmante: comincia a fotografare paesaggi, città, ombre e architetture riducendoli a linee, geometrie pure e colori vibranti, fino a costruire un linguaggio immediatamente riconoscibile, imitatissimo e mai davvero eguagliato.

Nel giro di pochi anni il suo nome diventa sinonimo di un modo nuovo di guardare il paesaggio: non più documento, ma composizione quasi astratta, dove il colore smette di essere semplice registrazione della realtà e diventa struttura, ritmo, emozione pura. Le sue opere sono oggi conservate in oltre cinquanta musei nel mondo, e più di settanta libri gli sono stati dedicati da editori italiani, francesi, tedeschi, svizzeri, spagnoli, americani e giapponesi — un patrimonio che pochissimi fotografi italiani possono vantare.

L’eredità che resta

Si può raccontare Franco Fontana con i numeri, le mostre, i musei, i libri. Ma chi lo ha incontrato sa che la sua vera eredità è anche un’altra: ha insegnato a intere generazioni di fotografi che si può essere rigorosi senza essere seriosi, che la ricerca più radicale può nascere dalla gioia di guardare il mondo, e non solo dalla sofferenza o dalla teoria. Ogni volta che qualcuno di noi si ferma davanti a un muro colorato, a un’ombra netta, a un campo che diventa astrazione pura, sta continuando, magari senza saperlo, una lezione che porta il suo nome.

Non è un addio triste, il mio. È un grazie, detto con lo stesso spirito con cui lui affrontava la vita e la fotografia: con leggerezza, con colore, con quella capacità rarissima di rendere importante ciò che è semplice, e semplice ciò che è importante. Buon viaggio, Franco.

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