Conosco Bart da qualche anno, da quando io e Guido Harari lo coinvolgemmo per la chiamata alle Arti nel periodo Covid, fu uno dei 104 fotografi che donarono un’opera a favore del reparto oncoematologico dell’ospedale Regina Margherita di Torino, fu un evento che raggiunse una raccolta fondi pari a oltre 70,000 euro.
Da quel giorno mi sono appassionato ai lavori di questo straordinario autore che viaggia tra l’immaginifico e l’onirico, ed è giustamente considerato uno degli autori più acuti della fotografia surrealista e visionaria.
Dice bene il curatore Riccardo Zelatore, quando spiega che il linguaggio espressivo della fotografia per Bart Herreman non significa solo presentare la realtà, ma rappresentarla nelle sue estensioni immaginarie e fantastiche. Questa posizione creativa e poetica, che mette in scena la manipolazione del soggetto, la messa in discussione del referente esterno attraverso l’uso di giochi linguistici e artifici digitali, di fatto capovolge la prospettiva facendo entrare in scena l’irrealtà.
Nei suoi lavori non è il visto e ripreso a prevalere sulla fotografia, ma è quest’ultima che si fa mezzo creativo per costruire e stimolare la rappresentazione di un mondo o, forse meglio, di un immagine specchio dell’autore, del suo lato meno esplicito. La fotografia si relaziona con l’inconscio del fotografo, diventa sintesi delle sue varie personalità, delle sue pulsioni emotive tramite un processo di identificazione in parte spontaneo in parte analitico e pensato, sempre spettacolare. Il risultato appare come un tipico sogno in cui emergono soggetti di diversa natura, in cui le relazioni fisiche e ambientali sono quasi sempre surreali e metafisiche. Il sistema che si determina è di fatto virtuale, nel senso che l’autore tenta di congedarsi dalla realtà ricorrendo proprio alla realtà stessa.
Lo documenta l’uso di animali, architetture, paesaggi, oggetti ed elementi reali, tutti minuziosamente fotografati dall’autore, che vengono restituiti in una nuova dimensione, alle volte talmente paradossale, da poter essere anelata come nuova realtà. Di fatto tutte le descrizioni del suo lavoro transitano dall’interpretazione di uno scenario onirico o fiabesco, magico o ipnotico: in sintesi, dal sogno dell’osservatore che cerca di decifrare queste fotografie cosi reali e così stranianti al contempo.
Luoghi e oggetti del quotidiano sono il pretesto per prolungare il vero nel verosimile, il reale nell’illusorio, coniugando la bizzarria delle sue composizioni all’immanenza simbolica dei soggetti prescelti. Herreman lavora sul fingere una dimensione inesistente, usa la fotografia per avventurarsi nell’enigma e nel mistero di un esserci doppio, misterioso e ambiguo. Fa ricorso alla sua tecnica sopraffina per sedurre lo sguardo, accentuando con eleganza e ironia la vertigine di un’immagine che è cangiante, basata su richiami reali e incertezze, equivoca tra noto e miraggio. Il suo illusionismo tocca figure umane e animali, in un gioco di transfer alacre e giudicante, ironico ma non innocente, che trova la sua sublimazione nella spettacolare vanità dell’arte visiva.
La doppia polarità tra oggettività e soggettività, tra fuori e dentro, tra luce e ombra, tra interno ed esterno, sottolineato tra l’altro dalla persistente presenza del tema della finestra, luogo di apertura quanto di transito, soglia di difesa e di impedimento, ma anche fenditura e prospettiva, con cui l’individuo è sempre portato a confrontarsi.
Attraverso questi squarci architettonici passano le visioni abituali e meno consuete: è il fuoco dello sguardo sognato o cosciente che sia. Herreman mette in circolazione strumenti emotivi complessi, attingendo dalla memoria collettiva e proponendo immagini che ci sono familiari in un gioco di ribaltamenti psichici coinvolgente, che guida lo spettatore verso risposte assolutamente individuali. Egli suggerisce analogie, saggia virtualità e possibilità in divenire: la sua fotografia non è mai natura morta fissamente in posa, ma, cercando di mantenersi sempre un pelo sopra il rigo abitua le delle cose, in uno stato di leggera eccitazione, sposta persone, animali, fatti e cose in una dimensione più ampia, in un mondo senza peso ne misura, non di rado capovolto, in cui grava più il cielo di un macigno. Le sue sono composizioni dalla tecnica irreprensibile, dove sono gli animali a condurre la loro personalissima supremazia.
Che esista un sottile filo che lega ritualità e comportamenti dell’essere umano ai modi e agli archetipi del regno animale, Herreman lo sottolinea bene, senza forzare i termini, senza voler fare dell’uno l’altro e viceversa, evitando capricci che renderebbero banale un’identificazione inutile e fasulla. Bart sa cogliere quell’omologia di fondo attraverso un microcosmo di immagini in cui e con cui gioca seria-mente, offrendo composizioni teatrali, strambe e curiose, capaci di riunire sotto cieli spettacolari vizi, tic, anomalie, suggestioni, contraddizioni, fantasmi e comparse della nostra società e della nostra condizione umana.
Biografia autore
Nasce nel 1945 ad Anversa in Belgio, dove vive fino agli anni Sessanta.
Al termine della sua formazione alla scuola d’arte Sint Joost Academy di Breda, in Olanda, si trasferisce in Italia dove esordisce come fotografo di moda, collaborando con prestigiose riviste italiane e internazionali.
Il passaggio dall’industria della moda all’architettura segna un momento focale nella sua carriera. E in questo settore che Bart Herreman fa confluire i suoi talenti, dall’inquadra-tura intesa come interpretazione dello spazio alla rappresentazione di ogni habitat con un tocco personale, come un pittore che non si limita a ritrarre la realtà ma la elabora secondo la propria visione.
Musica, pittura e scultura sono linguaggi da sempre cari a Bart Herreman, che ricorrono e collaborano nella sua opera.
Con l’arrivo della fotografia digitale, il suo amore per la pittura lo porta a creare immagini di un mondo surreale dove gli animali convivono con disinvoltura con l’uomo in ambienti inusuali, sia pubblici che privati.
Negli ultimi anni è stato protagonista di numerose mostre personali e collettive.
Banca Generali Private di Genova ospita la mostra fotografica BART HERREMAN – Esefossevero 2024/2025, fino al 31 gennaio 2025.
Sono esposte a Genova 46 opere fotografiche, alcune di grande formato, che descrivono il percorso creativo di un’artista, padrone delle tecniche di Photoshop, che usa la sua macchina fotografica, ma anche lo smartphone, per cogliere alcuni particolari della realtà per re-inventarli e collocarli in un nuovo mondo, del tutto irreale e immaginifico.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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