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“Einstein che fa la lingua”

di Manuela Parangelo

La fotografia comunemente nota come “Einstein con la lingua” nasce da una circostanza apparentemente banale, ma carica di tensioni simboliche e professionali che ne determinano la singolarità storica

Il 14 marzo 1951, Albert Einstein compie 72 anni. La celebrazione avviene a Princeton, New Jersey, città in cui lo scienziato risiede stabilmente dal 1933, anno della sua emigrazione definitiva negli Stati Uniti dopo l’ascesa del nazismo in Germania. L’evento, organizzato in modo informale da colleghi e amici, attira una presenza massiccia di giornalisti e fotografi, sintomo della trasformazione di Einstein da scienziato teorico a figura mediatica globale.

Arthur Sasse, fotografo dell’agenzia United Press International (UPI), è incaricato di documentare la giornata. Sasse non è un ritrattista in senso classico né un autore di immagini “costruite”: il suo lavoro si inserisce nella tradizione del fotogiornalismo americano di metà Novecento, fondato su rapidità, opportunismo visivo e capacità di sintesi narrativa. La genesi dello scatto non è pianificata, né frutto di una sessione formale. Al contrario, si colloca nel momento liminale che segue la conclusione ufficiale della festa, quando Einstein, visibilmente stanco, si accomoda sul sedile posteriore di un’automobile insieme a Frank Aydelotte, direttore dell’Institute for Advanced Study, e alla moglie di quest’ultimo.

I fotografi presenti, tra cui Sasse, insistono per ottenere un’ultima immagine. Einstein reagisce con insofferenza, pronunciando una frase destinata a diventare parte del mito: “Basta, basta”. È in questo contesto che, come gesto di rifiuto ironico e al tempo stesso di sfida infantile, sporge la lingua verso l’obiettivo. Il movimento è rapido, non teatrale, privo di qualsiasi intento performativo consapevole. La macchina fotografica di Sasse, caricata e pronta, registra l’istante con precisione. L’atto fotografico si consuma in una frazione di secondo, ma il suo effetto simbolico si rivelerà di lunga durata.

Dal punto di vista tecnico, la fotografia è realizzata con una fotocamera a pellicola 35 mm, standard operativo del fotogiornalismo statunitense del periodo. Sebbene non esistano dati certi e definitivi sull’apparecchio specifico utilizzato, è verosimile l’uso di una Leica o Contax, strumenti privilegiati dai reporter per la loro maneggevolezza e rapidità di scatto. L’illuminazione è naturale, probabilmente una luce diurna diffusa, attenuata dalla carrozzeria dell’auto. Non vi è alcuna ricerca estetizzante: la resa tonale, il contrasto moderato e l’inquadratura serrata rispondono esclusivamente a esigenze di leggibilità immediata.

Un elemento cruciale nella genesi dello scatto riguarda la scelta editoriale successiva. In origine, l’immagine viene giudicata poco adatta alla pubblicazione: Einstein appare irriverente, quasi caricaturale, in netto contrasto con l’iconografia ufficiale dello scienziato-genio. Sasse stesso racconta che l’agenzia inizialmente rifiuta la fotografia. È solo in un secondo momento, riconoscendone la forza comunicativa e la capacità di sintetizzare una personalità complessa, che l’immagine viene recuperata e distribuita. Questo passaggio sottolinea come la genesi dello scatto non si esaurisca nel momento dell’esposizione, ma includa un processo di selezione, accettazione e legittimazione culturale.

La fotografia diventa così il prodotto di una doppia contingenza: da un lato il gesto imprevedibile di Einstein, dall’altro la prontezza tecnica e mentale di Sasse. L’assenza di messa in scena e la natura reattiva dello scatto contribuiscono a costruirne l’aura di autenticità, elemento che avrà un peso decisivo nei dibattiti successivi. La genesi dell’immagine, lungi dall’essere aneddotica, rivela il funzionamento profondo del fotogiornalismo del dopoguerra, in cui il valore di una fotografia si misura nella sua capacità di cristallizzare l’imprevisto e di trasformarlo in icona.

A partire dagli anni Ottanta, con la crescente attenzione rivolta alla fotografia come oggetto di studio storico-critico, lo scatto di Einstein con la lingua viene progressivamente reintegrato in una riflessione più ampia sul fotogiornalismo, sul ritratto e sulla costruzione mediatica della celebrità scientifica. In questo ambito, l’immagine viene analizzata non solo per il suo contenuto iconografico, ma anche per il suo valore di documento culturale, capace di testimoniare il mutamento dei rapporti tra scienza, mass media e opinione pubblica nel XX secolo. La fotografia diventa così un caso di studio, utile per comprendere come un singolo fotogramma possa attraversare contesti semantici differenti senza perdere efficacia.

Un elemento centrale dell’impatto mediatico dello scatto risiede nel rapporto tra Einstein e la propria immagine pubblica. È noto che lo scienziato apprezzasse particolarmente quella fotografia, al punto da richiederne copie personali e da utilizzarla, in alcune occasioni, come biglietto augurale privato. Questo dato, ampiamente documentato, ha contribuito a rafforzare la legittimità culturale dell’immagine, sottraendola a una possibile lettura irrispettosa o caricaturale. Il fatto che Einstein stesso riconoscesse nello scatto una rappresentazione autentica del proprio carattere ha favorito una ricezione positiva e duratura, consolidando l’immagine come ritratto non ufficiale ma profondamente rappresentativo.

Nel contesto digitale contemporaneo, la fotografia ha conosciuto una nuova fase di circolazione, caratterizzata da una diffusione capillare e da una continua riattualizzazione. Meme, citazioni visive, adattamenti grafici e animazioni hanno ulteriormente amplificato la presenza dello scatto nello spazio pubblico, trasformandolo in un elemento ricorrente del linguaggio visivo online. Anche in questo caso, la forza dell’immagine risiede nella sua semplicità formale e nella chiarezza del gesto, che consente una comprensione immediata anche al di fuori di qualsiasi riferimento storico preciso. La fotografia di Sasse funziona come archetipo, capace di mantenere intatta la propria riconoscibilità nonostante le trasformazioni del contesto mediale.

Nel lungo periodo, l’impatto culturale e mediatico dello scatto di Einstein con la lingua ha contribuito a ridefinire il rapporto tra fotografia e autorità simbolica. L’immagine dimostra come la fotografia possa non solo documentare il potere culturale, ma anche umanizzarlo, introducendo elementi di dissonanza e ironia che ne ampliano la portata comunicativa. In questo senso, lo scatto di Arthur Sasse non rappresenta semplicemente un momento curioso nella vita di un grande scienziato, ma un punto di snodo nella storia della rappresentazione fotografica della celebrità intellettuale, capace di influenzare, ancora oggi, il modo in cui pensiamo il rapporto tra genio, immagine e cultura di massa.

Questo ritratto appartiene quindi a quel ristretto gruppo di immagini che hanno superato il loro statuto di documento per diventare icone visive globali, capaci di sintetizzare un’intera personalità storica in un singolo gesto. Il volto di Albert Einstein che sporge la lingua, colto in un momento apparentemente irriguardoso e giocoso, ha progressivamente soppiantato nella memoria collettiva l’immagine più canonica dello scienziato austero, assorto e distante. Questa fotografia non si limita a ritrarre un uomo celebre, ma agisce come un dispositivo simbolico che rilegge il rapporto tra genio scientifico, celebrità mediatica e cultura visiva del secondo Novecento.

Quest’opera è nel pubblico dominio perché pubblicata negli Stati Uniti fra il 1930 e il 1977, inclusi, senza un avviso di copyright.

 

Dal punto di vista della storia della fotografia, lo scatto di Sasse si colloca in una fase cruciale per il fotogiornalismo americano, quando l’istantanea diventa strumento privilegiato per catturare non solo l’evento, ma anche l’attimo rivelatore di una personalità pubblica. La fotografia nasce all’interno di un contesto apparentemente banale, un’uscita ufficiale da una celebrazione pubblica, eppure riesce a condensare una complessa rete di significati culturali, politici e mediatici. La sua forza non risiede nella spettacolarità tecnica o nella composizione elaborata, ma nella frattura improvvisa tra aspettativa e rappresentazione, tra il ruolo pubblico dello scienziato e la sua reazione ironica al rituale della fama.

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