Attraverso ambienti drammatici, ritratti sospesi e atmosfere incastrate tra sogno e realtà, il fotografo polacco Dawid Galiński ha ridefinito il linguaggio visivo della fotografia contemporanea dell’Europa centro orientale.
Vive a Breslavia ed è lì che tra muri scrostati e finestre appannate è nato l’universo poetico di Dawid Galiński, fotografo polacco nato nel 1990 a Sulechów, città situata nella contea di Zielona Góra, che con i suoi scatti ha saputo raccontare un’intera generazione in cerca di identità, memoria e bellezza. Il suo lavoro è un viaggio visivo dove la luce taglia l’ombra creando una storia, e ogni immagine sembra contenere un segreto.
Le origini: la provincia come radice estetica
Galiński affronta la vita crescendo in alcune province polacche che tagliano a metà il paese, da Zielona Góra a Łódź passando da Poznań. È in questo viaggio di vita che sviluppa un rapporto viscerale con il paesaggio e la luce naturale. Le sue prime fotografie le realizza con una Canon 400D e una Praktica SuperTL1000 e mostrano già una sorprendente attenzione alla composizione. “In provincia – racconta spesso – non accade quasi nulla. Ma quel nulla, se sai guardarlo, si trasforma in poesia.”
Quando si parla di fotografia evocativa, disturbante e profondamente teatrale, il nome di Dawid Galiński emerge con forza, è uno dei fotografi visivamente più riconoscibili dell’Est Europa. Le sue immagini sembrano uscire da un sogno febbrile, o forse da un incubo rinascimentale. Lontano anni luce dal documentarismo o dalla street photography, il suo lavoro affonda le radici nella pittura, nel simbolismo e nell’estetica goth.
“RED”: il sangue come linguaggio
“RED” è stato esposto a Breslavia ed è un manifesto visivo sull’ossessione, il potere e la trasformazione. Ogni scatto è dominato dal rosso — non come semplice colore, ma come presenza narrativa: sangue, passione, violenza, rinascita, uno sguardo interrogativo e ossessivo sull’universo femminile.
Tagli, effetti grafici, make up — tutto partecipa a una narrazione non detta, ma potentemente percepita.
Oltre a “RED”, Galiński è noto per i suoi ritratti gotici e dark, in cui trasforma i soggetti in icone fuori dal tempo.
Dystopia è un progetto iniziato nel 2013 ma Dawid annota che il 2018 è l’anno in cui il progetto fotografico ha davvero iniziato a prendere forma. L’obiettivo principale di “Dystopia” è quello di richiamare l’attenzione sulle persone che hanno difficoltà ad adattarsi all’attuale sistema privo di anima, cercando di fuggire nel tempo spensierato dell’infanzia e nel proprio mondo creato senza preoccupazioni. L’ispirazione va dal medioevo all’horror psicologico contemporaneo, con chiari richiami al mondo di Caravaggio, ai dipinti simbolisti e al cinema di David Lynch. Le sue figure sono spesso pallide, immobili, immerse in penombra, adornate da dettagli inquietanti: corvi, fiori appassiti, corone di spine, maschere.
L’estetica di Galiński è unione di bellezza e disturbo, attrazione e repulsione. I suoi ritratti sembrano sussurrare segreti antichi, e costringono lo spettatore a soffermarsi, ad ascoltare quel silenzio visivo che emana dalle sue immagini.
Pur lavorando anche in digitale, Galiński predilige la costruzione maniacale dell’immagine: nulla è improvvisato. Costumi e oggetti di scena sono spesso realizzati a mano o recuperati in mercatini, studiati per raccontare una storia attraverso simboli e texture. La post-produzione è presente ma mai invadente, mirata a potenziare l’atmosfera, non a trasformare artificialmente l’immagine.
Il controllo della luce è magistrale: ombre profonde, chiaroscuri drammatici, fasci luminosi che cadono sui volti come riflettori spirituali. La luce in Galiński non è mai neutra: è giudizio, redenzione, tortura, grazia.
Le sue opere circolano in mostre tematiche legate all’estetica oscura, alla spiritualità e al simbolismo. Ha collaborato con performer, designer e artisti visuali per progetti crossmediali. Alcuni suoi lavori sono stati anche utilizzati per copertine di album e manifesti teatrali.
Ma la forza di Galiński resta la stessa: creare immagini che non solo si guardano, ma si sentono.
Al momento non abbiamo altre informazioni su nuovi progetti fotografici di Dawid Galiński e così glielo abbiamo chiesto di persona, la sua risposta è stata: “E’ possibile che tornerò con un nuovo progetto che ho già in mente da 7 anni, ma per ora la mia attività mediatica è sospesa”.
Tutti noi innamorati delle sue opere restiamo in sincera e trepidante attesa.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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