Mostre — CAMERA Torino — fino al 4 ottobre 2026
Harry Gruyaert E Werner Jeker
Torino ha un posto speciale nel cuore di chi ama la fotografia. CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, con la sua sede negli spazi di un ex edificio industriale di via delle Rosine 18, è da anni uno dei luoghi più importanti in Europa per la cultura fotografica. Quest’estate, con l’avvio della nuova direzione artistica di François Hébel, il Centro inaugura una stagione espositiva che vale da sola il viaggio: due mostre diverse per natura, linguaggio e autore, ma profondamente legate da un filo comune. Quel filo si chiama colore. Da un lato Harry Gruyaert. Retrospettiva, la prima grande monografica italiana dedicata al maestro belga della fotografia a colori, membro storico di Magnum Photos. Dall’altro, nella Project Room, Werner Jeker. Photo Typo, un viaggio nell’universo visivo del più importante grafico svizzero ad aver fatto della fotografia il cuore pulsante del proprio linguaggio. Entrambe le mostre sono visitabili dal 18 giugno al 4 ottobre 2026, entrambe curate da Hébel stesso. Per studenti di fotografia, di grafica e di comunicazione visiva, si tratta di un’occasione rara.
Harry Gruyaert: quando il colore diventò un linguaggio
Per capire davvero la portata di questa mostra, bisogna partire dal contesto storico. Siamo negli anni Settanta: la fotografia d’autore è quasi interamente in bianco e nero. Il colore è roba da pubblicità, da cartoline, da fotografi commerciali. L’idea che uno scatto a colori potesse essere considerato arte, a tutti gli effetti, è ancora rivoluzionaria. In questo panorama, Harry Gruyaert, nato ad Anversa nel 1941, comincia a fare qualcosa di radicale: usa il colore non per descrivere la realtà, ma per sentirla. Non è un dettaglio: è una rivoluzione.
La sua è una fotografia che parte dallo sguardo più che dalla storia. Gruyaert non cerca il momento decisivo, non insegue l’evento: cerca la luce, la tonalità, l’atmosfera. Lo dice lui stesso, con la chiarezza di chi ha passato decenni a guardare il mondo attraverso un obiettivo: “Il colore è più fisico del bianco e nero. Di fronte a una foto in bianco e nero si ha voglia di capire cosa succede tra i personaggi. Con il colore si è immediatamente colpiti dalle diverse tonalità di una situazione”.
Quello di Gruyaert non è un colore descrittivo, è un colore emotivo, percettivo, fisico. Un colore che ti prende allo stomaco prima ancora che tu abbia il tempo di ragionare su quello che stai guardando.
La retrospettiva torinese è costruita in modo cronologico e permette di ripercorrere l’intera traiettoria creativa dell’autore. Si apre con la serie TV Shots, realizzata a Londra nel 1972: immagini che nascono manipolando l’antenna del televisore, trasformando le trasmissioni in composizioni astratte e vibranti. È un Gruyaert giovanissimo, influenzato dalla Pop Art e dall’immaginario televisivo, già alla ricerca di un linguaggio tutto suo. Da quel punto, il percorso si allarga geograficamente e stilisticamente: Belgio, Marocco, India, Egitto, Russia, un atlante emotivo del mondo dove ogni paese diventa una palette diversa, un’intensità cromatica nuova.
Tra le sezioni più belle della mostra c’è quella dedicata ai Litorali: scatti nati quasi per caso durante i viaggi, dove le coste diventano una sfida visiva essenziale. Cielo, sabbia, mare, orizzonte. Nient’altro. La luce è assoluta protagonista, le variazioni cromatiche sono tutto. È fotografia minimale nel senso più alto del termine: togliere finché non resta solo l’essenziale. Chiude il percorso espositivo la serie Aeroporti: quei luoghi di transito che molti fotografano per noiosa abitudine, e che Gruyaert trasforma in composizioni geometriche di luce artificiale, vetrate, riflessi e presenze fugaci. Spazi anonimi diventati immagini di forte intensità visiva.
C’è poi una chicca che vale da sola la visita: una teca mette a confronto le stampe d’epoca in Cibachrome con le moderne rese digitali. Non è un dettaglio tecnico marginale: è una finestra aperta sulla storia della fotografia, su come la tecnologia cambia il modo in cui vediamo e conserviamo un’immagine. Per uno studente di fotografia, sedersi davanti a quel confronto e osservare le differenze è un’esperienza formativa che nessun manuale può restituire.
Un’ultima cosa da sapere: CAMERA non propone un catalogo tradizionale della mostra, ma raccoglie in una vetrina espositiva all’interno del percorso tutti i libri attualmente disponibili di Gruyaert. Perché Gruyaert è anche un autore di fotobooks curati in ogni dettaglio, e i suoi volumi sono oggetti visivi autonomi. Sfogliarli è parte integrante del modo di conoscere il suo lavoro.
Werner Jeker: quando la grafica abbraccia la fotografia
Nella Project Room di CAMERA, contemporaneamente alla retrospettiva di Gruyaert, va in scena un’esposizione di natura completamente diversa ma altrettanto preziosa: Photo Typo, dedicata a Werner Jeker, nato in Svizzera nel 1944. Il nome forse non è immediatamente familiare al grande pubblico, ma nel mondo della grafica internazionale Jeker è una figura di riferimento assoluto. È il grafico che ha vinto il primo premio per il progetto delle nuove banconote svizzere, che ha firmato manifesti per istituzioni culturali di tutto il mondo, che ha ricevuto l’Infinity Award dell’International Center of Photography per l’uso innovativo della fotografia. E soprattutto: è il grafico che ha capito, prima e meglio di molti altri, come far dialogare immagine fotografica e tipografia senza che l’una schiacci l’altra.
La mostra è una prima assoluta in questa forma: una selezione di circa 70 manifesti scelti da una carriera che ne conta oltre 800, con un focus preciso sui lavori in cui la fotografia entra come elemento strutturale della composizione. Jeker ha collaborato con fotografi del calibro di René Burri, Raymond Depardon e Henri Cartier-Bresson: non come semplice decorazione, ma come interlocutore visivo. Sa prendere una fotografia e amplificarne la forza senza tradirla, usando la tipografia come uno strumento che aggiunge senza sovrastare.
La sua storia è anche una storia di scelte di vita interessante: formatosi con l’idea del giornale come puzzle di elementi da incastrare armonicamente, Jeker avrebbe voluto lavorare nell’Italia degli anni Settanta. Ma il clima di tensioni sociali dell’epoca lo convinse a trasferirsi in Svizzera, dove la sua carriera prese una svolta decisiva grazie al lavoro con il Museo di Fotografia di Losanna. Da quel punto in poi, il legame tra grafica e fotografia è diventato il centro di tutto il suo lavoro.
In un ambito — quello del design e della comunicazione visiva — in cui spesso fotografi e grafici tendono a difendere rigidamente i rispettivi territori espressivi, Jeker ha costruito una relazione originale e rispettosa tra i due linguaggi. I suoi manifesti traggono ispirazione diretta dai contenuti delle mostre e dalle poetiche degli autori fotografici: in alcuni casi la fotografia è il fulcro compositivo, in altri diventa strumento evocativo per raccontare spettacoli teatrali o rassegne cinematografiche. Ma in tutti i casi, la composizione è essenziale, calibrata, di forte impatto. Niente di superfluo. Ogni elemento c’è perché deve esserci.
In occasione della mostra, CAMERA pubblica per la prima volta un volume dedicato ai manifesti di Jeker, edito da Dario Cimorelli Editore: circa 70 lavori selezionati dalla collezione, uno strumento pensato come approfondimento del dialogo tra fotografia e tipografia. Per chi studia comunicazione visiva o graphic design, questo libro è già un oggetto da avere.
Perché andare: una stagione nuova per CAMERA
Le due mostre non sono solo due bei percorsi espositivi: sono anche il segnale di una nuova fase per CAMERA Torino. La direzione artistica di François Hébel — ex direttore dei Rencontres d’Arles, una delle figure più influenti nel panorama fotografico europeo — porta con sé un’ambizione precisa: consolidare CAMERA come punto di riferimento europeo per la fotografia d’autore, aprendo al dialogo con i principali festival e istituzioni del continente. La scelta di inaugurare questa nuova fase con Gruyaert e Jeker non è casuale: due autori che hanno sfidato le categorie, che hanno lavorato ai confini tra discipline diverse, che non si sono lasciati ingabbiare da etichette. Esattamente la direzione in cui si muove la fotografia più interessante di oggi.
Hébel lo spiega con la chiarezza di chi sa dove vuole andare: “Dopo i grandi successi di CAMERA con i maestri americani del bianco e nero, mi sembrava importante celebrare il colore. Per questo ho invitato Harry Gruyaert, uno dei primi fotografi ad aver intuito che il colore sarebbe diventato un nuovo linguaggio fotografico, in un’epoca in cui soltanto il bianco e nero veniva riconosciuto come espressione della grande fotografia”. Una scelta che guarda al passato per capire il presente, e soprattutto il futuro.
Un consiglio per studenti: andate, e andate presto
Se studiate fotografia, grafica, comunicazione visiva o arte, queste due mostre fanno parte di quel tipo di esperienze formative che non trovate nei libri di testo e non si replicano online. Vedere le stampe Cibachrome di Gruyaert dal vivo — la loro saturazione, la loro profondità — è un’esperienza fisica che nessun monitor può restituire. Allo stesso modo, stare davanti ai manifesti di Jeker e osservare come la tipografia si muove intorno all’immagine fotografica è una lezione pratica di composizione visiva che vale ore di teoria.
C’è anche un’opportunità concreta da non perdere: CAMERA propone una masterclass di cinque giorni con Harry Gruyaert, dal titolo “La geometria del colore”, in programma dal 30 settembre al 4 ottobre 2026. Sotto la sua guida diretta, ogni partecipante lavorarà allo sviluppo di un progetto fotografico personale, affinando la propria visione autoriale. Le iscrizioni sono aperte fino al 10 settembre, con tariffa early bird entro il 30 luglio. È il tipo di opportunità che non capita spesso: lavorare fianco a fianco con uno dei maestri assoluti della fotografia contemporanea.
Entrambe le mostre, infine, hanno un’ulteriore qualità che Hébel tiene a sottolineare: i protagonisti sono vivi e attivamente coinvolti. Gruyaert e Jeker non sono capitoli chiusi della storia della fotografia: sono autori presenti, disponibili al dialogo, capaci di raccontare in prima persona le scelte che hanno fatto. Una mostra con l’autore vivo è un’altra cosa rispetto a un’esposizione postuma. È più viva, più diretta, più utile per chi sta ancora costruendo il proprio sguardo.
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia, via delle Rosine 18, Torino. Harry Gruyaert. Retrospettiva e Werner Jeker. Photo Typo: dal 18 giugno al 4 ottobre 2026. Tutte le informazioni su camera.to.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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