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Ciao Berengo – Il maestro senza tempo

di Paolo Ranzani

E’ mancato a 94 anni il maestro GIANNI BERENGO GARDIN.

Probabilmente il fotografo più conosciuto e amato dai tanti appassionati di fotografia in Italia.

Nel panorama della fotografia italiana del Novecento, pochi nomi brillano con la coerenza, la profondità e la longevità di Gianni Berengo Gardin.

Nato a Santa Margherita Ligure nel 1930, Berengo Gardin è sempre stato considerato uno dei più grandi interpreti della fotografia documentaria, testimone silenzioso e acuto della trasformazione del Paese nel secondo dopoguerra. Il suo lavoro, sempre in rigoroso bianco e nero, attraversa oltre sessant’anni di storia italiana, catturando con discrezione e sensibilità l’anima dei luoghi e delle persone.

Gli inizi: la scoperta della fotografia

Cresciuto in una famiglia borghese veneziana, Berengo Gardin si avvicina alla fotografia in modo quasi casuale negli anni ’50, durante un soggiorno in Svizzera. Inizialmente autodidatta, comincia a scattare per passione, sviluppando da subito uno stile personale, attento alla realtà quotidiana e agli aspetti meno visibili della società. I suoi primi scatti documentano la vita veneziana con uno sguardo già maturo, lontano dalla retorica cartolinesca, e più vicino all’intimità poetica di certi fotografi francesi.

Influenze determinanti saranno quelle di Henri Cartier-Bresson e Eugène Atget, modelli di riferimento per la loro capacità di cogliere il “momento decisivo” e per l’approccio umanista alla fotografia. Ma fin dall’inizio, Berengo Gardin sviluppa una voce autonoma, più legata all’osservazione prolungata che all’istante fugace.

Il fotogiornalismo e la fotografia d’impegno

Negli anni ’60 si trasferisce a Milano, città che diventa la sua base operativa e il teatro privilegiato delle sue esplorazioni urbane. Collabora con riviste come Il Mondo di Mario Pannunzio, Domus e L’Espresso, entrando a pieno titolo nel mondo del fotogiornalismo. Le sue fotografie, mai urlate, mostrano una profonda empatia verso i soggetti: operai, contadini, migranti, bambini, anziani. Ogni volto racconta una storia, ogni inquadratura è pensata per restituire dignità al quotidiano.

Nel 1965 pubblica il suo primo libro fotografico, “Venise des Saisons”, che anticipa una lunga serie di volumi d’autore – oltre 250 nel corso della sua carriera – dedicati alle città, ai mestieri, alla marginalità, all’architettura industriale e agli spazi della memoria collettiva.

Uno dei lavori più noti è “Morire di classe” (1969), realizzato con Carla Cerati su commissione di Franco Basaglia, con fotografie scattate all’interno dei manicomi italiani. Il libro, scioccante per l’epoca, contribuì a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle condizioni disumane dei pazienti psichiatrici e fu uno strumento chiave nella battaglia per la legge 180, che portò alla chiusura dei manicomi.

Lo stile: tra rigore e umanità

Lo stile di Berengo Gardin è sempre stato “asciutto”, essenziale, sempre privo di orpelli estetizzanti. Non ha mai amato le manipolazioni, anche con molta ironia ha sempre rifiutato il colore, ritenendo che il bianco e nero consenta una maggiore astrazione e concentrazione sull’essenza della scena. “Il colore distrae”, ha detto più volte, “il bianco e nero ti obbliga a guardare”.

La sua è una fotografia che si è fatta racconto, che si avvicina alla realtà senza invaderla. Non c’è giudizio nelle sue immagini, ma un rispetto profondo per ciò che si osserva. In questo senso, la sua opera rappresenta una forma di resistenza poetica, capace di opporsi alla spettacolarizzazione dell’immagine contemporanea.

Le grandi campagne e il riconoscimento internazionale

Negli anni ’80 e ’90 Berengo Gardin realizza importanti campagne fotografiche per enti pubblici e privati, documentando, tra le altre cose, l’Italia delle ferrovie, dei porti, dei mercati, delle fabbriche. Collabora con l’ENI, l’INA-Casa, Olivetti, la Fiat, il Touring Club Italiano. Parallelamente, espone in alcune delle più prestigiose istituzioni culturali del mondo, tra cui la MoMA di New York, la Fondation Cartier a Parigi, la Photographers’ Gallery di Londra, il Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo.

Nel 2013 la mostra antologica “Gianni Berengo Gardin. Storie di un fotografo” celebra la sua carriera con oltre 250 immagini, confermando il suo status di maestro riconosciuto a livello internazionale. Nel 2017 la sua Venezia è al centro di una nuova battaglia civile: con la serie fotografica “Venezia e le Grandi Navi”, denuncia l’impatto devastante del turismo di massa sulla fragile laguna.

Un maestro senza tempo

Gianni Berengo Gardin ha continuato a fotografare anche in età avanzata, armato della sua inseparabile Leica e di una curiosità che non conosce stanchezza. La sua fotografia, mai urlata, è diventata una coscienza visiva del nostro Paese, un archivio vivente della sua trasformazione.

Nel mondo delle immagini istantanee e della sovraesposizione mediatica, il suo approccio lento e riflessivo rappresenta una lezione di rigore e di responsabilità. Con oltre un milione di scatti conservati, Berengo Gardin è stato non solo un testimone d’eccezione del Novecento italiano, ma anche un esempio di coerenza intellettuale e passione civile.

Oggi più che mai, la sua opera ci ricorda che fotografare è un atto di osservazione, di ascolto e, in fondo, di amore per il mondo.

Tutta la redazione di PHOCUS MAGAZINE si stringe intorno alla famiglia di Gianni Berengo Gardin in un sincero e commosso abbraccio. 

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