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Bagatelle per un massacro della fotografia

di Pino Bertelli

“Ecco — pensò — ecco la Rivoluzione, ecco i compagni, ecco tutti i nostri ideali:

sangue, sangue e sangue! Le nostre bandiere non dovrebbero essere rosse e nere

ma maglioni di compagni che hanno cercato di fuggire questa realtà orrenda,

sì, sui pennoni solo maglioni insanguinati!”.

Marilù Maschietto

Edward Burtynsky

La fotografia è la gran puttana di tutti i regimi, sin dalle sue origini… è cominciata con un borghese che si fa lustrare le scarpe da un poveraccio su un marciapiede… ed è finita nelle università, nella moda, nella propaganda elettorale, perfino nell’arte… sempre decisa dalla firma sull’assegno del padrone che decide la  morte o il successo di un artista… milioni di persone sembra non sappiano fare a meno della fotografia e si autofotografano davanti ai miti, ai boia, alle fosse comuni… mai, dai tempi della Bibbia, s’era abbattuto su di noi flagello più subdolo, più osceno, più degradante per dirla tutta, della fotografia tartufesca (da e con Louis-Ferdinand Céline)… insomma marciume al cento per cento… succhiatrice di privilegi, la fotografia è più falsa e rapace di uno sportello di banca. Tutti i pezzi di merda sono capaci di fare una fotografia!… più sono e più scattano fotografie!… la gran pretesa dell’arte, ecco l’enorme impostura… tutto quanto aiuta alla domesticazione della massa abbrutita nello spettacolo di sé… quando l’alienazione non basta più e il sistema rischia di saltare in aria… allora la mano al manganello!… alla mitragliatrice!…  a tutta la confetteria delle bombe… gli assassini di tutti i governi portano rose in bocca dei droni e le lanciano sui popoli impoveriti… la smania di dominare deve essere documentata e la  video-fotografia è sempre pronta per i telegiornali e i social-media a figurare la musica dell’ottimismo… e, come sappiamo, l’ottimismo è l’ultimo rifugio degli imbecilli. Bisognerebbe far fuori gli adulatori di ogni fazione, sono loro il grande oppio del popolo.

Tutti i regimi fanno schifo… nei governi, anche quelli che si dipingono democratici, vi si segnalano buffoni, mafiosi, assassini in formato grande… il lavoro sporco lo lasciano fare ai fondamentalismi, agli integralismi, ai fanatismi del momento, naturalmente ben fagocitati dalla politica finanziaria, i servizi segreti, le caste degli aiuti internazionali… che bello!.. il mondo è in fiamme e non c’è papa, capo di stato o generale che non si faccia carico di carneficine inammissibili a danno degli ultimi della terra. La fotografia in piena gloria consolida lautorità con la paura sacra che ispira. Larte di farsi temere e rispettare equivale al senso di sovversione che ne consegue.

Non esistono i generi in fotografia, come nel cinema, Jean-Luc Godard, diceva (e anche mia nonna partigiana, quando parlava di nuove primavere di bellezza sosteneva che la Resistenza o è di popolo o è solo il teatrino di rivoluzionari di professione che mirano a riverniciare in peggio le impalcature istituzionali che dicevano di voler distruggere). La Fotografia è una e una soltanto… sociale, concettuale, paesaggio, erotica, di guerra o privata… la Fotografia affronta il dolore, talvolta lo sollecita, si ribella a tutto e va verso nuove, altre, più atroci verità calpestate dallordine costituito… dato che linsurrezione dei popoli è il suo unico lusso, vi partecipa, non tanto per trarne vantaggi o benefici o migliorare la propria sorte, quanto per affermare il diritto allinsolenza contro la consolazione del servaggio e a favore dellabolizione dei privilegi di pochi sulla povertà di molti.

La fotografia mercantile è lorazione dei rassegnati, dei falsi idoli, dei tiranni da avanspettacolo, nella quale gli imbecilli bruciano la voglia di verità, di rivolta e del bene comune. La fotografia risponde alle esigenze di miserie asservite e alle implorazioni di codardie secolari… lunico ordine di grandezza alla quale aspira la fotografia spettacolarizzata è quello del fallimento… tuttavia un mondo senza fotografia sarebbe altrettanto marcio (e impunito) di un governo senza iene. Chi non ha principi morali si avvolge di solito in una bandiera” (Umberto Eco). Gli imbalsamati nelle ideologie, nelle religioni o nel neoliberismo lo sanno bene: il successo, come il potere, è una droga che fa di colui che vi si dedica un demente in potenza.

Nei sommari di decomposizione di ogni forma di comunicazione asservita alla lebbra dei potenti, gli occhi ardenti di autori che preannunciano l’assassino delle belle arti non sono mai stati del tutto sconfitti… “non esistono esseri più pericolosi di quelli che hanno sofferto per convinzione, non è un caso che i grandi persecutori si reclutano tra i martiri ai quali non è stata tagliata la testa” ( E.M. Cioran), ed è per questo che non vi è nobiltà creativa se non nella negazione della civiltà dello spettacolo.

La fotografia non sospetta dellimmaginario sovversivo ci invita alla libertà dinterpretazione… ci propone molti piani di lettura e ci pone davanti alle ambiguità del linguaggio e della vita. La fotografia (sovente) ha fatto dello scemo del villaggio un fotografo celebre che si è eretto a portatore di verità (non solo artistiche) dove il banale d’autore diventava uno stupidario molto richiesto nel popolo dei fotografi. Il dolore è constatare che il dramma (di qualsiasi fotografo) non sta nellessere incompreso, ma nellessere capito.

La fotografia consumerista è una sorta postribolo a cielo aperto dove ciascuno fa la sua marchetta e ognuno è parte di un gioco giocato nel consenso e nel successo tenuti a libro paga di saprofiti dell’immagine fotografica. La fotografia è sempre stata una forma di comunicazione, anche artistica, genuflessa ai dettati della disumanità predominante. Il divenire davvero umano della fotografia supera il reale dal quale parte e crea il proprio destino sulle rovine della menzogna e della mediocrità.

L’abitudine a servire per essere garantiti da quelli che diffondono il terrore sociale, sparge lo spirito della delazione e la tolleranza diventa una gabbia dello spirito… del resto per la “tolleranza ci sono le apposite case” (Paul Claudel) mai chiuse, semmai trasformate in salotti della “buona nobiltà” o strade di periferia frequentate da padri di famiglia timorati di dio, dello stato e magari austeri sostenitori delle sinistre (una nomenclatura di scagnozzi ) al potere, dove si confonde la prostituzione con l’amore. I relitti di tristezza abitano gli stessi ghetti, gli stessi parlamenti, gli stessi partiti, le stesse chiese… la sicurezza del peggio ha sempre un fascino, quello della propria archetipica stupidità.

Merde de la photographie… la vita quotidiana è una lotta (o una remissione dei peccati) quotidiana e va combattuta con armi che non possono essere quelle degli aguzzini che vogliamo sradicare… la fotografia, dunque, è uno dispositivo creativo che figura la libertà, la giustizia, i diritti delle persone o è soltanto un palcoscenico (nemmeno troppo bello) dove si esibisce il buffone per meglio onorare il re.

Avvolgere lo spettacolo del crimine istituzionalizzato (o viceversa) nella carta straccia della fotografia, dellideologia, della religione (o della tirannide finanziaria dei mercati globali), significa ripulire linfamia che si portano addossoerigere un memoriale della barbarie non è certo il modo migliore per disfarsene…” (Raoul Vaneigem). Tutto vero. Che bello!… Ogni manciata di secondi muore un bambino per fame, guerre, mancanza di medicinali o semplicemente mangiato da un cane o da un avvoltoio… e la fotografia invece di denunciare i responsabili dellassassinio si abbandona alle prediche filistee della crescita mondiale degli armamenti. I fotografi sono famelici di celebrità come i ratti su cumuli di spazzatura.

I fotografi della sovversione non sospetta dell’immaginario sono i soli degni d’essere tenuti in considerazione… poiché nelle loro immagini denunciano il delitto costituito e il sistema di speranze che lo giustificano. Il resto è smarrimento, prodotto commerciale che nulla ha a che fare con la visione di sacralità o di commozione alla quale giungono i fotografi della deriva… che sono i poeti del dissidio o della disperazione lucida e nelle loro opere il giusto incontra se stesso e si fa portavoce dellinnocenza tradita.

Motto di spirito. Nella storia della fotografia dispensata o solo esposta in gallerie specializzate in forniture darmi o altre merci per alzare gli indici dei profitti… la fotografia di frontiera ha avuto i suoi lustri, e ancora a qualche arredatore (o palafreniere di qualche fazione politica) interessa esporre le sue gesta (in dimensioni ciclopiche) nel corso di fiere elettorali, fondazioni bancarie, primarie politiche (con un notevole ritorno economico rubato alle casse dei partiti)… tutta gente che andrebbe processata allistante per complicità con rapine e crimini commessi contro lumanità. Invece sono ancora lì, sul ballatoio della connivenza mafiosa e del tradimento popolare… in attesa che venga data loro la sorte che meritano. La luce degli dèi si spegne sotto i cadaveri dei loro idoli.

La fotografia della sovversione non sospetta è qualcosa di più che una copia, è lo specchio di un accadere. I randagi della fotografia di strada sono architetti senza regole, poeti senza metrica o tiratori scelti della bellezza formale. La fotocamera è il prolungamento dello sguardo. La sola fotografia conta è quella che possiede ricchezza di forme e contenuto rilucenti. Il reportage (o una catenaria di immagini intrecciate fra loro su tematiche differenti ma tenute insieme da un’etica affabulativa di fondo…) è “un’operazione progressiva della testa, dell’occhio e del cuore per esprimere un problema, fissare un avvenimento o delle impressioni” (Henri Cartier-Bresson). La grande fotografia ha una qualche affinità con la spada dei giusti… mira al centro del cuore dei persecutori della libertà.

Per arrivare alla coscienza di quello che si fa, occorre sapere la parte contro la quale stare. Situarsi in rapporto con l’oggetto della nostra attenzione. Per andare oltre il “raccoglitore” di immagini o il “fabbricatore” di sensi… occorre lavorare non solo a passi di lupo ma danzare alla maniera dei gatti in amore, farsi candidi come colombe e astuti come serpenti, e quando occorre, avvelenare i pozzi dell’ordine (non solo fotografico) costituito. Il fotografo che non danza o non si fa sciamano dell’immaginario strappato al vero, non saprà mai colpire al fondo l’origine del male né mai conoscerà l’epifania amorosa della fotografia in rivolta o libertaria disseminata ai quattro venti della Terra.

Storia della fotografia significa storia (non solo della raffigurazione) dell’umanità ma anche della disobbedienza civile e della ribellione dei passatori di confine (anche della fotografia). Malfattori anarchici che non si lasciano afferrare su tappeti di ceneri né ragioni imposte. Niente seduce tanto della società dello spettacolo, come la meravigliosa insolenza delle sue dottrine. Per gli stupidi non ci sono catene, basta un una merce o un oracolo per possedere la loro affiliazione.

Il divenire della fotografia è studiato con cura, tuttavia non sono molti che colgono la caduta della soggettività in rapporto alla riproduttività della tecnologia. La folla è sempre più solitaria, sempre più si autofotografa ed è sempre più fotografata. Al posto dell’esistenza reale c’è la cronaca, in sostituzione del vissuto quotidiano c’è il documento d’archivio o privato. Sono molti i manuali, volumi o saggi che “parlano” di fotografia, pochi vanno a fondo del “sistema fotografia”,  della dittatura dell’immagine (non solo fotografica) che sta alla base di ogni “sistema di potere” e fa del diritto di avere diritti di ogni uomo della terra, non solo una moltitudine di fessi, ma violenta, affama, stermina una grande parte di umanità con le armi dalle politiche economiche delle democrazie dello spettacolo.

Il divenire della fotografia è nelle mani dell’industria da sempre e non ci sono lacrime né santi che possono mostrare i padroni dal volto buono (i commedianti della fotografia insegnata), come novelli levatori di “democrazia dell’immagine”. La fotografia è una baldracca che non sorride. I possessori dell’immaginario fotografico lo sanno bene ed è per questo che lavorano sull’entusiasmo degli imbecilli. Folle prive di talento si limitano a tradurre l’anomia metropolitana o la povertà più povera nei premi internazionali… sono i maggiori depositari della società del futuro e coloro che delegano la loro esistenza all’ultimo boia santificato in terra vaticana o agli untori con le mani sporche di sangue di guerre ingiuste che siedono in Parlamento. La violenza non è sufficiente a distruggere una civiltà, occorre la fotografia (la carta stampata, la televisione, il cinema, la telefonia, i supermercati, i giocattoli…) a sacralizzare il saccheggio e la rapina nei Sud della terra per opera dell’ordine istituito.

La distruzione situazionista dell’iconologia imperante, deborda nella costruzione delle situazioni di confine e fa della struccatura della menzogna, la discarica di tutte le colonizzazioni del sapere. Lo spettacolo — scrive Guy Debord — (uno dei nostri cattivi maestri), non è solo un insieme di immagini, ma un rapporto sociale tra persone, mediato dalle immagini stesse…  la società è passata dalla fase dell’essere (valore della persona) a quella dell’avere (accumulo di merci) e, infine, a quella dell’apparire (identificazione con l’immagine di ciò che si consuma)… “lo spettacolo è il capitale a un tal grado di accumulazione da divenire immagine” (Guy Debord). Lo spettacolo trasforma gli individui in spettatori passivi. La realtà viene sostituita da una “rappresentazione” scelta dal potere che porta a nuove forme di alienazione, nelle quali la “visione dello spettacolo” sostituisce la vita vissuta… la fotografia dello spettacolo che ne consegue… ha tutto della carogna e andrebbe presa a calci in culo e pugni sul muso a chi la sostiene… poiché è un rizomario di grulli… continua a proclamare l’esasperazione della coglioneria e tutta la sua portata eversiva è finita nei pagamenti delle fatture…milioni di stronzi si riconoscono nell’immagine predominante della fotografia mercatale…anche se non ci fanno una bella figura.

La fotografia è un mezzo efficace e importante per la manipolazione delle idee e dei comportamenti, in questo senso la manualistica d’occasione, le teorie e le tecniche dei nuovi media, l’informazione giornalistica, l’apologia del corpo e figura umana nella fotografia o la fotografia digitale alla portata di tutti i cretini che si autoincensano “artisti”, confermano il linguaggio dell’adulazione e contribuiscono all’elogio del potere e dei suoi prodotti. La macchina fotografica non solo vede più dell’occhio ma può sovvertire le finalità tradizionali dell’arte fotografica fine a se stessa. La fotografia non addomesticata segna l’insubordinazione degli sguardi e mostra che la critica del mondo del dominio è inseparabile da una pratica farisea che lo distrugge. Ciò che non uccide la fotografia della bellezza, la fotografia mercantile lo uccide.

La pazzia per la “bella fotografia” nasce da una cattiva educazione all’immagine che il cinema, la televisione e l’insieme dell’industria culturale (deificata dai “cani da guardia” dei mass-media) hanno disperso nell’immaginario collettivo. L’ignoranza dei fotografi (specie i più foraggiati dalle marche di fotocamere) è abissale. Credono di sapere tutto sul valore degli attrezzi di lavoro, sulle sensibilità delle pellicole, sull’avanzare del digitale nella presa del potere della fotografia da parte del popolo… e insieme a una marea montante di squinternati che si attaccano al collo, come un giogo, la macchina fotografica e imperversano a ogni angolo delle metropoli, delle campagne (o viaggi specializzati nel turismo sessuale sui bambini…), non si accorgono che la loro cecità creativa è una sorta di schiavitù e di genuflessione ai riti e ai dogmi della società dell’apparenza. La storia della fotografia non mostra l’inefficacia delle fotografie per la conquista di un’umanità migliore, ma è soltanto la somma delle vanità mercantili smerciate come “avvenimento” artistico.

La caccia alla fotografia d’arte o d’impegno civile (fa lo stesso) è aperta. Quelli che fanno le fotografie d’arte per l’arte sono mezzi fotografi, quelli che fanno fotografie come dice l’industria culturale, sono degli stupidi che credono davvero che la fotografia possa essere il mezzo con il quale raggiungere la celebrità (visibilità) televisiva, che è il massimo dello squallore. Fino a venti anni tutti scrivono poesie o fanno fotografie, poi restano i cretini e i poeti.

La filosofia della sovversione non sospetta dell’immaginario fotografico è una ferita inferta alla tempesta del pregiudizio e del luogo comune… è il superamento dell’impossibile che diventa possibile, è la verità che fa della bellezza il primo passo verso la giustizia… poiché vedere e amare sono la stessa fame che nutre il diritto di avere diritti.

Bagattelle per un massacro della fotografia… la fotografia è uno “stile”… e uno “stile” è un’emozione per prima cosa… innanzitutto e soprattutto… i fotografi dell’utilitarismo  non hanno mia avuto un’emozione né impiccato i despoti ai pubblici orologi o fatto poesia sulla barricate di una rivoluzione sociale… dunque non hanno compreso niente dell’arte fotografica del dissidio… non è sufficiente bruciare i fotografi che hanno fatto della fotografia della sozzura o dell’indecenza, il postribolo delle loro idee inginocchiate alla merce soltanto. Bisogna piuttosto ignorarli o restituirli alle cloache della “bella borghesia” o della “sinistra al caviale” dalle quali sono usciti. Di alcuni imbecilli parleremo la prossima primavera di bellezza. Sia lode ora a uomini di fama.

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