Addio alla dolce e gentile signora MARIROSA TOSCANI BALLO.
“Sono nata nel 1931 a Milano e ho frequentato il liceo artistico a Brera, in tempo di guerra. Mi piaceva moltissimo disegnare, ho sempre avuto questa passione. In casa nostra si è sempre parlato di fotografia. Iposolfito era la parola d’ordine e tutta la famiglia, in fondo, sapevamo di iposolfito”. (Iposolfito: il liquido usato in camera oscura. NdR)
Così raccontava Marirosa Toscani Ballo, classe 1931, figlia d’arte del fotografo Fedele Toscani reporter al Corriere della Sera e sorella maggiore del più celebre Oliviero. Ho avuto la fortuna di conoscerla frequentando le riunioni AFIP al cospetto di Giovanni Gastel e del direttivo, lei era Presidente Onoraria dell’associazione che fondò nel 1960 insieme al papà Fedele e altri grandi professionisti dell’epoca, come Alfredo Pratelli, Luciano Ferri, Edoardo Mari, Italo Pozzi e anche con il marito, socio e compagno di una vita, Aldo Ballo. Una donna sempre curiosa e attenta, non ha mai smesso di seguire le vicende della fotografia, alle riunioni di qualche anno sfoggiava con estrema naturalezza un meraviglioso ciuffo rosa nei folti capelli bianchi. Occhi vispi e gentili sempre ben disposti ad ascoltarti e raccontarsi, ed è proprio per quei suoi modi garbati e appassionati che desidero ricordarla in questo articolo e raccontare di lei per chi ancora non la conoscesse.
Marirosa fu davvero una grandiosa fotografa di design, e non solo, con il marito Aldo Ballo diedero vita, dagli anni ’50 fino a fine 2000, allo studio fotografico Ballo, un eccellente e celebre punto di riferimento dei più importanti designers nel periodo più vivace ed esuberanti del design italiano.
Personaggi come Gae Aulenti, Boeri, Vigo, Sottsass, Castiglioni, Rossi, Bellini, Starck: sono solo alcuni dei nomi che si affidarono allo Studio Ballo per la cura della visione inusuale, per la professionalità, l’intelligenza, l’ironia, l’eleganza, la creatività, ed è proprio grazie a queste committenze che le loro produzioni fotografiche entrarono nell’immaginario collettivo e tutt’oggi pubblicate come immagini di riferimento.
Ma facciamo un passo indietro. Marirosa, in realtà, non iniziò con lo still life, anzi, la sua carriera nel design ebbe origini non così prevedibili.
Pur essendo figlia d’arte e cresciuta nei profumi della fotografia a lei piaceva moltissimo disegnare e infatti frequentò l’accademia a Brera, si immaginava forse illustratrice o chissà che.
La situazione cambiò bruscamente quando il padre venne colpito da una violenta polmonite mentre era impegnato a documentare il Giro d’Italia sulle Alpi, Fedele finì urgentemente in sanatorio a Sondalo in provincia di Sondrio.
Si rese necessario che qualcuno lo sostituisse nei molteplici impegni, Marirosa ci pensò un attimo, era già abituata ad aiutare il padre ma per lo più portava i giovanissimi collaboratori dello studio alle partite da fotografare, agli eventi di cronaca e dove si richiedeva con urgenza il lavoro del reporter, prese anche al volo il patentino rosa per adempiere a questi impegni, adesso però si trattava di sostituire del tutto il lavoro del padre, decise di prendere le redini dello studio.
Iniziò così la prima parte della sua carriera, diventò ufficialmente una donna fotoreporter e si accorse ben presto di essere una delle primissime, se non forse l’unica fotografa italiana professionista : “Praticamente nessuna donna faceva la reporter, solo alcune modaiole o quelle nate ricche che potevano permettersi di fare fotografia senza che fosse davvero un lavoro”.
Ne ebbe conferma a Barcellona, era lì per il Campionato Mondiale di automobilismo, nel 1950, Marirosa aveva 19 anni e si accorse che tutti i colleghi la guardavano con palese stupore, ma non la guardavano per la bellezza o per la particolarità delle attrezzature, no, erano incredibilmente incuriositi dal vedere una donna con i pantaloni… e che fotografava il Gran Premio! Assolutamente inusuale.
Qualche anno dopo, la signorina Toscani, copriva già da sola tutti gli eventi, passando da Miss Italia, di cui ricorda con piacere Gina Lollobrigida e Lucia Bosè, ad eventi di cronaca drammatici, come quello che colpì tristemente il nord d’Italia, l’alluvione del Polesine: “Uno dei primi lavori che ho seguito, una grande storia a livello psicologico che mi ha colpito molto, è stato terribile.”.
La professione di Marirosa subì ancora un netto cambiamento quando decise, con Aldo Ballo, uno studente al terzo anno di architettura con cui si era fidanzata e in seguito sposata, di aprire lo STUDIO BALLO in via Settembrini a Brera e di provare a dedicarsi a qualcosa che non fosse solo la cronaca.
Gli inizi ovviamente non sono facili e c’era bisogno di adattarsi alle richieste: “Fotografavamo di tutto, anche foto di teatro, per guadagnarci da vivere. Quando ho lasciato papà mi ha dato una liquidazione di 450.000 lire, anche Ballo aveva la stessa cifra. Con questo piccolo capitale abbiamo avviato il nostro studio. In seguito abbiamo traslocato in via Santa Croce al quinto piano, il soggiorno di giorno diventava studio, mentre di notte fungeva da camera da letto”.
Poi, grazie ad amici architetti e compagni di scuola come Gae Aulenti e Bruno Munari, arrivarono i primi lavori di design e pubblicità, iniziò così un lavoro di ricerca incredibile che darà una nuova identità alla fotografia di still life.
“Una fotografia capace di “andare dentro gli oggetti”, come diceva lo stesso Aldo.
“Si è sparsa la voce e ci siamo specializzati da subito nelle immagini di oggetti di produzione industriale, una scelta precisa. Fotografavamo sempre cose che ci piacevano e che funzionavano. Prima le foto venivano scattate su velluti rossi, noi abbiamo provato a tracciare una nuova strada, usando gli sfondi bianchi”.
Il modo di fotografare dello studio Ballo ha creato una tendenza e fatto scuola: prima di loro era infatti impensabile una fotografia che restituisse da sola l’idea, l’interpretazione dell’oggetto, eliminando il superfluo per cercare un’immagine pulita e insieme di grande impatto proprio nella sua semplicità.
Lo studio in breve tempo diventa attivissimo, si allarga e si forma uno straordianrio gruppo di collaboratori, un laboratorio di idee, una fucina di immagini che ha segnato la storia del design.
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Paolo Ranzani, fotografo professionista del ritratto, dalla pubblicità al corporate.
Docente e divulgatore di “educazione al linguaggio fotografico”. Il ritratto rivolto al sociale è il suo mondo preferito, per Amnesty International ha ritratto personaggi celebri della cultura, della musica e dello spettacolo pubblicati nel libro “99xAmnesty”, per il regista Koji Miyazaki ha seguito per mesi un laboratorio teatrale tenutosi in carcere e ne ha pubblicato il lavoro “La Soglia”, reportage di grande effetto e significato che è stato ospite di Matera Capitale della Cultura. Scrive di fotografia per vari magazine con rubriche fisse. Dopo essere stato coordinatore del dipartimento di fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Torino è stato docente di Educazione al linguaggio fotografico per la Raffles Moda e Design di Milano e ad oggi è docente di ritratto presso l’Accademia di Belle Arti di Genova.
Come Fotografo di scena per il cinema ha seguito le riprese di “Se devo essere sincera” con Luciana Littizzetto.
In veste di regista e direttore della fotografia ha lavorato a vari videoclip, uno dei suoi lavori più premiati è “Alfonso” della cantautrice Levante (oltre 10 milioni di visualizzazioni).
www.paoloranzani.com | Instagram: @paolo_ranzani_portfolio/
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